Irresponsabili
e passivi nel modo di abitare lo spazio che ci sta intorno lo siamo anche nei
confronti di noi stessi
di Donatella Franchi
Care
amiche delle Città Vicine,
vorrei
ritornare su alcuni temi che sono emersi in occasione dell'ultimo incontro delle
Città Vicine dal titolo "Nuovi abitamenti", al Circolo della
Rosa di Milano il 22 e 23 gennaio 2005.
I temi su cui abbiamo riflettuto soprattutto
nel primo incontro di sabato pomeriggio, nel corso della presentazione del libro
Nuove specie di spazi (a cura di Ida Farè e Silvia Piardi), corrispondono
anche alle parole chiave del testo che sono: desiderio, responsabilità,
cura, accoglienza.
Il modo in cui viviamo lo spazio riguarda il modo in cui
viviamo con noi stessi, il nostro rapporto con l'esistenza. Se siamo irresponsabili
e passivi nel modo di abitare lo spazio che ci sta intorno lo siamo anche nei
confronti di noi stessi. Lo spazio costruito è come "una estensione
del proprio spazio corporeo, e in quanto tale comporta attenzione, cura, prevenzione
e protezione" (Silvia Piardi). La città è un intreccio di percorsi
soggettivi di desiderio, non solo di obblighi e necessità, è una
tessitura di relazioni.
Posso
rivivere la mia storia attraverso la visualizzazione di spazi:la casa della mia
infanzia (che ancora riappare nei miei sogni) il giardino, il tragitto che facevo
per andare e tornare da scuola, i luoghi delle vacanze, le città universitarie,
Venezia e Bologna, le case in cui ho vissuto. E il rapporto con la politica, come
pratica di relazioni, è sempre stato per me anche un rapporto con gli spazi
delle case e delle città e i luoghi del movimento delle donne.
Il
mio rapporto con l'abitare la città è stato segnato dalla mia vita
a Bologna negli anni Settanta, e dalla scoperta del femminismo, che mi ha permesso
inoltre di riconoscere nella città i segni di tutta una tradizione di artiste
e di donne colte. Questa fatto, l'ha resa certamente più accogliente e
significativa, facendomi immaginare una sorta di destino nell'averla scelta come
luogo dove abitare definitivamente.
A quell'epoca Bologna era per molte e molti
una mappatura del desiderio dove ognuna/o, seguiva il proprio percorso, il proprio
Fiume dell'Inclinazione (come nella Carta del Paese di Tendre di Madeleine de
Scudéry), in un continuo andirivieni da una casa all'altra, da un luogo
all'altro, dove si stava in piazza a chiacchierare come in casa propria, dove,
durante le numerose manifestazioni, camminando in mezzo alle strade si poteva
vedere la città da una prospettiva del tutto insolita. ( Sulla vita bolognese
di quegli anni ha scritto in modo affettuoso, ironico ed esilarante Gloria Zanardo
nei racconti di Presente Remoto).
La città era vissuta in prima persona,
senza delega, la zona universitaria era sempre tappezzata di scritti e messaggi,
i tazebao, le aule universitarie ospitavano assemblee politiche aperte a tutti,
si aprivano le case anche agli sconosciuti. Le case erano trasformate in luoghi
espressivi, spazi di creatività quotidiana dove spesso ci si improvvisava
artigiani per costruire letti e librerie e tanti altri oggetti.
C'era una
continua commistione tra spazio pubblico e spazio privato, dovuto al nuovo modo
di sperimentarsi con la propria vita, e al cambiamento nei rapporti interpersonali
messo in atto dalle donne.
Le donne hanno da sempre avuto la tendenza ad
inventarsi nuovi tipi di spazi. Penso alle Preziose della prima metà del
'600 in Francia. Madame de Rambouillet con l'invenzione della famosa camera azzurra,
ha trasformato in spazio pubblico la propria camera da letto, creando uno spazio
per la conversazione, dove esercitare l'arte della parola, inaugurando così
la tradizione dei "salon" delle preziose, nuovi spazi di socialità
che rompevano completamente con le convenzioni. Penso anche alla riflessione di
Marta Lonzi nel suo libro L'architetto fuori di sé.
continua