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Risposta di Doris Lo Moro


IL DIBATTITO CONTINUA

di
Franca Fortunato

NEL PRENDERE la parola sulle nomine di Simona Dalla Chiesa, Elena Bova, Giusi Mardente, Giulia Minniti a incarichi e posti che di per sé sono di sottogoverno, sapevo di aprire un conflitto con quante avevano usato parole quali "rappresentanza della politica delle donne", "risarcimento", "riparazione" per giustificare la legittima ambizione femminile a condividere il potere con gli uomini. Ribadisco il mio giudizio politico sulla logica dell'operazione portata avanti dal sindaco e dalla sua amministrazione, tesa ad allargare il potere tra i partiti con inclusione delle donne. Questo è un dato di fatto. Comunque, ho apprezzato sia l'intervento di Elena Bova, al di là del tono polemico, che quello di Wanda Ferro, che ringrazio per la stima che pubblicamente mi ha dimostrato, agendo di fatto quella relazione valorizzante tra donne che è fondamento della politica delle donne. Non mi interessa la polemica sull'esistenza o meno della politica delle donne, che non va dimostrata, ma agita - come è accaduto anche in occasione di questo dibattito - e come tale non è per nulla connaturata alla natura umana, ma è legata alla capacità della singola di farla agire nella relazione con l'altra donna. Su una cosa mi sembra, alla fine, siamo tutte e tre d'accordo e cioè che chi va o viene chiamata ad occupare posti di potere ci va per ambizione personale e - nel caso specifico - per appartenenza al partito e non per rappresentare qualcuna o qualcosa.

D'altra parte perché non rivendicare l'appartenenza al partito? Perché non riconoscere la logica che guida i partiti nell'occupazione e nella spartizione del potere? Perché non farlo quando ad essere oggetto di quella logica siamo anche noi donne? Il riconoscerlo ci permetterebbe di affrontare il problema che pone Wanda nel suo intervento di "non cadere in quella pericolosa trappola rappresentata dalle quote rosa" e dalla "rappresentanza" e ci porterebbe a ricercare relazioni significative tra donne per non diventare ostaggio dei partiti e delle loro logiche. In una parola le donne che vogliono andare nelle istituzioni ci andrebbero con signoria e autorità femminile.
Accolgo, comunque, il positivo, che vi ho visto nei due interventi e condivido l'idea che una donna non è né di destra né di sinistra a condizione che questa anteponga l'appartenenza al proprio sesso ad ogni altra appartenenza e questo perché la differenza femmine, che è sì un dato di fatto "siamo donne e basta", richiede pratiche di relazioni di autorità per significarsi. Significare l'essere donna è una questione che riguarda tutte le donne, ovunque si trovino per scelta o per necessità. L'essere donna ha bisogno di essere significato e la leva è la relazione vincolante tra donne, quella che abbiamo chiamato politica delle donne.
A questo punto ringrazio sia Elena che Wanda per aver preso la parola pubblicamente e invito loro, le altre e Doris Lo Moro, a continuare la discussione e il confronto tra noi, allargandolo a tutte quelle che ne sono interessate, in un incontro pubblico che donne della rete de "Le città Vicine", insieme ad altre, organizzeremo per la fine del mese di gennaio sul tema " Pratiche - relazioni e governo della città".


Pubblicato in Il Quotidiano della Calabria