Donne e conoscenza storica
         

Indice dei testi

  • Il punto in cui siamo
  • Le Origini
  • Il nostro cammino

Il nostro cammino
 


Tessere il filo delle città

di Alessandra De Perini
intervento al convegno sulla Globalizzazione organizzato dalla rivista Alfa Zeta e la Coop Emilia
Parma 9 gennaio 1999


Parlo qui a voi come vicina di casa e mi rivolgo a vicine e vicini di casa che hanno a cuore la linfa vitale della propria città e che di fronte ai problemi nuovi, grandissimi posti dalla globalizzazione, dalla fine dell'organizzazione fordista del lavoro, la caduta delle grandi ideologie, il diradarsi e l'indebolimento dei legami sociali, non hanno perduto, nonostante lo spaesamento, fiducia nell'azione politica. Mi rivolgo a vicine e vicini di casa che hanno sviluppato quelle competenze e capacità, come l'attenzione e l'ascolto, che crescono in un ambiente ricco di relazioni. Oggi è più che mai necessario non perdere misura e senso di realtà, fare leva su quelle risorse non solo materiali, quegli stili, modalità di lavoro e pratiche di vita che aiutano a far fronte concretamente ai problemi. Invece di lasciarci scoraggiare dalla complessità delle questioni, forse bisogna accettare, senza sentirci in colpa, il fatto che alcuni problemi non siano risolvibili, soprattutto non a breve termine. E' meglio analizzarli con la consapevolezza dei nostri limiti, non reagire con slanci di attivismo che si pagano poi con forti delusioni e senso di impossibilità. E' più che mai necessario stare di fronte alle contraddizioni del presente senza indignarci né appellarci a valori universali, come la pace, la tolleranza, la solidarietà, parole che oggi non hanno alcuna forza di convinzione di fronte a barriere mentali, muri di silenzio, paure e "cattivi" sentimenti. Restare vicine e vicini alla realtà, rinunciando ad inventarci nuove appartenenze o costruire grandi organizzazioni, è la scelta più giusta, anche se la più difficile. Molte e molti preferiscono sostituire alla realtà un mondo immaginario di regole e valori, dove tutto sembra funzionare per il verso giusto e i conti tornano sempre. E' necessario invece non attaccarsi alle regole, essere disponibili al mutamento soggettivo, al movimento, esplorare nuove possibilità, inventare pratiche che mettano in discussione il sistema dato di simboli e di misure. Questa di fatto è l'unica via. Il radicamento di cui c'è più bisogno è nei liberi rapporti umani. Se questi esistono si riaprono impreviste possibilità.
La proposta delle "Vicine di casa" riguarda appunto il radicarsi di donne e uomini in una pratica di liberi rapporti. Solo questi "fanno" il territorio, la città. Le radici più vere e profonde riguardano l'amore per il luogo in cui si vive. Oggi questo amore chiede che ci si interroghi sul senso dell'abitare insieme, sulle condizioni che rendono possibile la condivisione di uno spazio. Invece di assumere una posizione difensiva, per paura di invasione del proprio territorio, conviene metterci in gioco con le nostre risorse soggettive, i nostri desideri e capacità umane per realizzare insieme uno spazio materiale e simbolico entro il quale la vita stessa possa assumere un significato più grande di quello già dato. Ciò che più manca nelle città del mondo attuale, costantemente in bilico tra degrado e aspirazioni, violenti conflitti e rinnovate speranze, è il senso. I poveri del Sud e dell'Est del mondo hanno rivelato la nostra povertà simbolica; la loro paura ha rivelato la nostra. Noi Vicine abbiamo colto la necessità di un cambiamento profondo, a livello innanzitutto delle coscienze e dei comportamenti e ci muoviamo da anni in questa direzione. La prima modifica riguarda un cambiamento di sguardo: vedere che c'è la differenza, che i sessi sono due e trarre da qui tutte le conseguenze. Si parte da qui, dal nostro essere donne e uomini di questo tempo, questa storia. L'assunzione di tale prospettiva è il primo fattore di ordine che rende leggibili e affrontabili realtà complesse, città caotiche, conflitti metropolitani. Il sesso femminile oggi si trova nella necessità di riprendere l'antica funzione materna di insegnamento, di mettere in campo risorse, conoscenze e competenze tese a salvaguardare le radici stesse dell'esistenza. Non però in modo gratuito, come un dono, ma come un prestito perché ci sia un ritorno di senso, perché si crei scambio. Se non viene colta a livello generale questa necessità vi saranno conflitti sempre più violenti e incomprensibili. C'è il rischio che prevalga sempre più la politica del potere, il disimpegno, la paura ostile ad ogni cambiamento, la chiusura in tanti mondi separati, sempre più piccoli e non comunicanti tra loro, se non si sviluppano pratiche di libertà nelle case, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro. Le figure su cui fare leva per un cambiamento della società sono donne e uomini che, invece di rimproverare e incolpare, sanno ascoltare le passioni cieche, capire, orientare, ricucire le lacerazioni del tessuto sociale e mettere in circolo, al posto del danaro, gesti e parole legate alle ragioni del desiderio, alla logica dello scambio amoroso.
Il desiderio che condivido con altre e altri è che intorno a me si sviluppi un'idea grande di città, che nella mia e in altre città si possa vivere facendo conto su una rete di rapporti significativi e libere forme di scambio fra abitanti. Chiunque voglia organizzare, intervenire, progettare, amministrare, fare politica dovrebbe tener conto del grado di consapevolezza, delle aspirazioni e aspettative delle e degli abitanti, se non vuole fare ulteriore disordine, sbagliare i modi, i tempi della sua azione.
La mediazione primaria di tutti i problemi della città è la tessitura di rapporti fra abitanti. Non sono necessari partiti, sindacati, macchine organizzative enormi né grandi risorse finanziarie, leggi, regolamenti e neppure particolari competenze professionali, queste da sole non bastano, anzi a volte fanno ancora più disordine. Ci vogliono relazioni, scambi significativi fra donne e uomini che hanno intelligenza ed esperienza del territorio perché lo conoscono passo passo, da vicino e spesso risolvono i problemi in contesto, senza bisogno di mediazioni istituzionali o fanno in modo che una situazione non si deteriori o irrigidisca, evitandone la frattura. Queste "figure del territorio", soprattutto donne, sono i soggetti da cui dipende la rinascita delle città, il ritorno della fiducia, la convivenza su nuove basi e premesse. Quando parlo di relazioni intendo quelle vissute e intrecciate al di sopra delle logiche familiari, delle regole e funzioni sociali, dei ruoli; realizzate per il piacere e il particolare tipo di sapere che esse danno, mai rese secondarie, strumentali ad un fine, un progetto, un obiettivo, mai "sacrificate" in nome di un principio superiore. Parlo di relazioni vere, quelle più vicine alla modalità gioiosa del rapporto con la madre. Solo queste consentono una vita sensata e ricca di slanci inventivi, altrimenti si costruiscono organizzazioni e appartenenze, strutture che sembrano forti, ma che a lungo andare si svuotano di significato e si rivelano fragilissime. Essere vicine, vicini significa non allontanarsi mai dallo spazio dei rapporti umani, del confronto fra coscienze, unica garanzia di un mondo vero, reale, condiviso. Come si fa a sapere cosa accade in città, a livello profondo dico, se non si sa cosa accade nei rapporti fra abitanti? La vicinanza è una risorsa. Viene invece spesso ritenuta un ostacolo perché agisce lo stereotipo del vicino come "nemico", presenza ostile e inquietante che ci spia dal pianerottolo e medita attentati e vendette. I giornali tutti i giorni parlano delle guerre e dei conflitti finiti in tribunale fra vicini di casa. Eppure il vicinato storicamente è all'origine della città stessa. Le città medioevali, per esempio, nascono proprio da patti e vincoli fra vicini, le "Vicinìe". Il vicinato è un'esperienza comune a uomini e donne di ogni paese, risponde ad un bisogno elementare: che gli altri e le altre esistano e ci vivano accanto senza ostilità, condividendo un territorio e prendendosene cura. Favorisce il costituirsi di un contesto di fiducia, il formarsi di una lingua e un sentire comune. E' una risposta concreta al generale e spesso disperato bisogno di ordine, di significato, di riconoscimento sociale, di ascolto e attenzione. La pratica delle vicine si ispira ad una tradizione ancora molto viva in Italia e si collega alla civiltà femminile della casa, della cura, all'amore della madre, ma non si ferma allo scambio giorno per giorno di piccole cose, alla festa o alla cena fra abitanti di uno stesso rione né ai gesti di solidarietà, accoglienza e reciproca protezione, va oltre, scommette su un rinnovamento, su un cambiamento radicale della vita in città, della politica e della società tutta; è tesa all'invenzione di nuove stili di vita sociale. La nostra "frontiera" oggi non è risolvere i problemi della città, rimboccandoci le maniche e impegnandoci in varie attività sociali; non siamo un gruppo di solidarietà o di volontariato, ma donne "semplici" che hanno deciso di andare alla radice dei problemi e dei conflitti, cercando le mediazioni più alte, le misure che li rendano affrontabili nelle loro dimensioni reali e, se non immediatamente risolvibili, almeno nominabili, sopportabili. A noi preme salvare la vita delle relazioni, ristabilire una circolazione di affetti e pensieri, restituire visibilità alle figure sociali, e sono tantissime, sulle quali poggia la vita in città, donne soprattutto, che ogni giorno aiutano a non isolarsi, non chiudersi nel privato, non irrigidirsi in atteggiamenti ostili, non precipitare nello sconforto, nella malattia, nell'indifferenza. La nostra scommessa è sulle pratiche dei rapporti, perché si estendano a rete e divengano la fonte prima della parola pubblica e della politica.
Vi presento ora la mia città, Mestre, una "città di frontiera" così l'abbiamo chiamata, quando all'inizio degli anni Novanta si sono cominciati a vedere nella nostra città i primi segni della globalizzazione: immigrati, profughi e zingari accampati ai margini della città, campi nomadi, giovani prostitute del sud e dell'est del mondo sulle strade di notte vicino alla stazione. Con la fine della centralità operaia, del fordismo, si è sviluppato tantissimo il lavoro precario, marginale, i contratti a termine. Ci sono tantissimi operai immigrati da tutta Italia e dall'estero che lavorano alla Fincantieri di Porto Marghera: alla mattina si recano a gruppi in fabbrica già in abbigliamento da lavoro, segno che hanno dormito in macchina, la marginalità. Sono finite le relazioni fortissime fra uomini e con la scomparsa di queste è venuta meno la solidarietà e l'euforia delle lotte operaie, degli scioperi. Marghera oggi ci viene incontro come un paesaggio "archeologico", post industriale, una reliquia del passato. E' cresciuta in pochi anni la malavita che, con Maniero in galera, è disgregata e sempre più violenta: spaccio di droga, sfruttamento della prostituzione, traffico di armi sono le sue attività principali. Mestre è una città crocevia tra est e ovest. Uno dei problemi più gravi in questo momento è il traffico: la tangenziale non è più sufficiente e ogni giorno c'è il blocco, due o tre ore di coda con la conseguenza non solo del rallentamento delle consegne e danno per l'economia, ma anche dell'imbarbarimento degli automobilisti. Il traffico determina un problema enorme di inquinamento atmosferico e acustico. Per ovviare questo problema molti propongono di costruire nuove strade, intervenendo su un territorio già saturo, fortemente urbanizzato. Ogni intervento sul territorio ha prodotto ulteriore disordine, nel senso che prima si è pensato di costruire le case e poi le strade. Un altro problema è la casa: il mercato degli alloggi è caro per la vicinanza a Venezia, molti sfratti e per non pagare gli affitti troppo alti moltissima gente vive fuori Mestre, a Marcon, Olmo, Quarto D'Altino. Mestre stessa è stata negli anni Sessanta e Settanta meta di un massiccio esodo da Venezia. C'è un grande problema di rifiuti e spazzature. Aumentano i centri commerciali che sono ormai le nuove piazze, i punti privilegiati di ritrovo soprattutto per i giovani. C'è molta gente che viene a Mestre di passaggio, Cechi, Polacchi che vengono a fare la spesa a Panorama, all'Auschan, agli ipermercati che circondano la città. Mestre è una città del terziario, delle Banche e degli uffici, ma anche di nuove economie, dei commerci ricchi. La guerra in ex Yugoslavia ha reso insicure le coste slave, i traffici perciò si sono spostati su Mestre e Venezia, di qui l'aumento strepitoso del porto e dell'aeroporto, l'aumento degli alberghi, l'idea del nuovo Terminal. Al centro della città c'è la crisi dei negozi e dei piccoli uffici. La popolazione invecchia e senza negozi vicini a casa perde non solo servizi, ma riferimenti umani. C'è un andirivieni di donne slave, soprattutto di Pola, che assistono le persone anziane. C'è ricchezza di associazionismo sia quello di tradizione laica sia di tradizione cattolica. Numerose e molto vivaci le associazioni femminili e quelle promosse da gruppi di anziani. Alcune associazioni operano in ambiti dove l'amministrazione non arriva (per esempio le associazioni per le malattie dell'alzeimer e il morbo di Parkinson). Ci sono numerose radio libere come "Radio Popolare di base", "Radio Scherwoud" e "Radio Carpini". Ci sono centri sociali come il "Rivolta" (ex fabbrica Paolini Villani), uno spazio enorme di 4000 metri quadri), il "Morion", la "Carrozzeria". Il comune offre spazi e contributi alle associazioni giovanili che costituiscono un riferimento anche per la parte sommersa della città, giovani uomini del post patriarcato, disoccupati, immigrati, stranieri operai della Fincantieri, ultràs, Writers. Questi giovani dei Centri sociali esprimono inventiva, gestiscono ostelli per studenti, organizzano concerti per migliaia di persone e da qualche parte offre mediazioni per quella realtà di giovani sradicati o stranieri che vogliono trovare un posto dove dormire o un lavoro saltuario. L'amministrazione ha instaurato un rapporto con loro e stipulato delle convenzioni. Per esempio il Quartiere Carpenedo Bissuola ha proposto ad alcuni Writers locali di dipingere con le bombolette aerosol le pareti degli edifici del Parco della Bissuola. Ne è nato un piccolo libro di interviste e foto molto interessanti. Mestre è una città molto viva per quanto riguarda i locali dove i giovani possono ascoltare buona musica e incontrarsi. Numerose le imprese di donne, cooperative di pulizie e servizi, di cura e assistenza, per la salute del corpo, di Joga, per la preparazione al parto e il parto "naturale" in casa. In questa città c'è la cultura della nascita, ma recentemente si sta sviluppando anche la cultura della morte "amica", della buona morte: sono soprattutto donne che se ne occupano. Ci sono due case per le donne che hanno subito violenza gestite dall'assessorato alle Politiche Sociali e dal Centro Donna. C'è una casa dell'Ospitalità, unica nel suo genere, concepita come occasione di dialogo e di nuove relazioni, non semplice ricovero per i senza tetto, spazio separato dal resto della città. Numerose sono a Mestre le associazioni ambientaliste per la salvaguardia del territorio; per esempio è merito di queste il recupero dei forti di Mestre. Ci sono centinaia di "Amici e amiche della bicicletta" e molto attiva è la Lega consumatori. In seguito al processo del Petrolchimico, ancora in corso, la Chimica non aumenta A Mestre, come in molte città occidentali, la popolazione invecchia, si ammala e questo comporta nuovi problemi, un lavoro di cura enorme che grava soprattutto sulle donne.
In questa città operano "Le vicine di casa", seguendo le piste dei desideri, il flusso degli incontri e degli scambi quotidiani, lungo i "sentieri degli elefanti", lì dove la gente va e passa tutti i giorni. Il nostro impegno riguarda la tessitura dei rapporti, la presa di parola pubblica su quanto accade in città e nel mondo, la visibilità delle figure che operano nel territorio e rendono possibile tutti i giorni abitare insieme, secondo nuove e più ricche forme di scambio. Le vicine hanno capito la centralità della pratica, sanno cosa tiene insieme una città: un lavoro fine di tessitura, non rapporti forzati, istituzionali, formali, non ruoli e giochi di potere, ma legami veri, desideri forti, parole autentiche, tese a dare testimonianza, restituire visibilità e giustizia, gesti di libertà e generosità.
La nascita delle Vicine si collega alla storia degli anni Novanta. C'è stata, da parte di alcune donne che si sono riconosciute "vicine", la decisione di far giocare nella crisi, nella caduta del sistema patriarcale, dei suoi presupposti politici, economici e simbolici, il sapere pratico delle relazioni femminili. Gli eventi dei primi anni Novanta ponevano la necessità di una politica che fosse all'altezza delle grandi contraddizioni e dei problemi di un mondo attraversato da guerre, conflitti, città distrutte e bombardate in diretta alla televisione, crolli di governi, nazionalismi, assassini politici, esodi di massa, profughi che premevano alle frontiere dell'Occidente dopo la caduta del muro di Berlino, crisi economiche, crisi di identità personali e collettive. In Italia lo scandalo delle tangenti, con centinaia di arresti, suicidi clamorosi, uomini rispettabili che uscivano di casa ammanettati e si coprivano il volto per la vergogna, omicidi della mafia, attentati e incendi dolosi in varie città d'Italia, hanno fatto crollare la fiducia in uno Stato socialmente responsabile e avviato la critica al centralismo statale. In quegli anni la politica dei partiti e sindacati si rivelava inadeguata, incapace di cogliere il vivo dei problemi. Buoni sentimenti, ideali, valori universali erano divenuti impraticabili, costituivano deboli argomenti di fronte alle oscure paure, le reazioni difensive, i comportamenti violenti, esasperati, spaventati della gente che veniva da tutte le parti accusata di razzismo, egoismo, colpevolizzata e non aiutata a trovare un orientamento. Città intere in quegli anni insorgevano contro le amministrazioni comunali. La gente esprimeva una forte emotività, era esasperata, accorreva in massa alle assemblee, gridava, si arrabbiava, non ascoltava ragioni. Molti giovani maschi, bisognosi di identità forti, ritrovavano l'antica ferocia e si impegnavano in gare mortali, in prove di forza sempre più rischiose per la vita propria e altrui. La globalizzazione ha modificato il volto delle città: cambiamenti velocissimi, perdita di riferimenti, disgregazione sociale. Nella nostra città, come in molte altre città italiane, fin dai primi anni Novanta giungono profughi, zingari, albanesi, senegalesi. Sulle strade di notte giovani prostitute contendono il posto a quelle professionalizzate locali. Il polo industriale a Marghera passa da 40.000 a 18.000 operai. La città cessa di pensarsi solo come città industriale, operaia, legata alla fabbrica. Inizia l'inchiesta sulla chimica e in seguito il processo al Petrolchimico rivelano la strage silenziosa, ignorata dalla Montedison per tanti anni, di operai che erano entrati in contatto con il cloruro di vinile; si scopre che il fluoro e numerose sostanze tossiche e nocive sono ormai sparse per tutto il territorio lagunare.
Dove una politica all'altezza dei grandi problemi, delle sfide del presente? Questa la domanda che ci siamo poste. Certezze che solo pochi anni prima sembravano solide si rivelano ormai ideologiche; con le ristrutturazioni aziendali e istituzionali in corso quelli che sembravano diritti sacrosanti, ottenuti dopo anni di lotte, appaiono solo dei privilegi. Le cose andavano cambiate. A quel punto furono evidenti i limiti di interventi sul territorio da parte di esperti o di volontari che si sostituivano alle istituzioni, alimentando una sterile azione di rivendicazione e di contrapposizione a queste. Fu chiaro che i rapporti erano la prima condizione necessaria per rendere pensabile e praticabile la trasformazione sociale. Cominciammo a criticare un modo sbagliato di stare nel pubblico; prendemmo le distanze da una politica sorda alle grida di aiuto della gente, che si scandalizzava e giudicava intollerabili certi comportamenti irragionevoli, senza cercare di capirli. Il primo passo fu mettersi in ascolto delle ragioni più vere, dei bisogni più profondi, guardare alla realtà con la fiducia nelle proprie capacità inventive, senza schermi ideologici che ne attutiscono l'urto e impediscono di cogliere nuovi piani di appoggio o di capire in anticipo i punti di frattura. Lo spazio vicino a casa fu assunto il primo luogo politico da cui partire. Non ci interessava difendere diritti, salvare privilegi, ci premeva affermare la forza delle relazioni di vicinato, favorire una presa di coscienza in questo senso, a partire da queste semplici domande: Chi abita vicino a me? Cosa posso fare per vivere meglio in questa città? Ecco allora, a poco a poco, delinearsi la pratica politica delle Vicine di casa che, come un utensile, si perfeziona nel tempo ed è trasmissibile, trasferibile nei luoghi più lontani, riconoscibile nelle diverse forme di convivenza umana in cui la curiosità nei confronti dell'altro e dell'altra non è mortificata o vissuta con sospetto e la voglia di scambiare il senso imprevisto dell'esistenza praticata tutti i giorni.
Madre Teresa di Calcutta era una "vicina di casa" per i suoi poveri e malati. Parlava con loro tutti i giorni. Andava in mezzo alla gente del suo quartiere, entrava nelle case e si sedeva ad ascoltare, non predicava. Le sue parole erano semplici, comprensibili. Sapeva che noi non possiamo fare grandi cose, ma solo piccole cose con grande impegno e attenzione. E' la continuità di un impegno assunto in prima persona che conta veramente. Non qualità straordinarie né potenti organizzazioni, ma la puntualità, tenere accesa la luce, saper stare in silenzio accanto all'altro o all'altra.
La sofferenza sta aumentando in Occidente. E' dovuta a povertà spirituale e simbolica. Mancano rapporti significativi, gesti che favoriscono il contatto con la parte profonda di sé, parole di lode e di ammirazione. Basta poco a gettare nel buio e nell'inquietudine chi si sente abbandonato, indesiderato, non visto, i giovani soprattutto. Si muore per fame di attenzione, quando nessuno ha tempo per noi, quando si vede che il proprio lavoro è inutile e non viene apprezzato. Essere senza parole è il peso più faticoso da sopportare, la condizione umana più difficile. Il pericolo sta nel dimenticarsi degli altri, nel non conoscere più neppure il nome dei vicini e delle vicine di casa. Non si può avere sempre la faccia da funerale quando ci si rivolge a chi incontriamo nel nostro pianerottolo. Scommettere su un livello più alto di rapporti significa proteggere la città dalla bruttezza e dal degrado, coltivare la gioia comune, cominciando da gesti elementari, ma carichi di significato, come guardarsi in faccia, sorridersi e non avere troppa fretta di chiudere la porta.