LA VITA
ALLA RADICE DELL'ECONOMIA
La maggior parte
di noi non è esperta di "scienza economica", ma è
il pensiero dell'esperienza della nostra vita - di donne e uomini
sulla terra in questo presente - che ci autorizza a discutere di economia.
Vogliamo riportarne il senso all'origine. La radice del termine ci
rimanda all'oikos, alla casa, che ruota intorno alla presenza delle
donne, dove la madre sa dare risposte appropriate alle necessità
differenti. La madre sa trarre il molto dal poco e condirlo di bellezza.
Mettere la vita
alla radice dell'economia - e non al servizio di una ricerca affannosa
di denaro - significa mettere al centro i bisogni materiali e spirituali
delle persone anche quando esse agiscono economicamente.
Nel tempo della globalizzazione, ci piace pensare il mondo come un
luogo in cui ci si senta di "essere a casa" così
che ciascuno, ciascuna senta la necessità di avere cura del
mondo, così come della casa comune,.
Non è la
ricchezza in sé che ci interessa, e neppure la povertà
ci preoccupa; quel che ci fa problema è l'escalation dei consumi
di una parte del mondo, in cui si sperperano le risorse e i frutti
del lavoro.
Sentiamo il bisogno di combattere la miseria che invade le nostre
vite, quando queste sono dominate dall'ossessione del denaro e dei
suoi significati, compresa la sua assenza paralizzante, che condanna
all'inattività tante persone del Sud del mondo e tanti e tante,
soprattutto giovani, anche nelle nostre società ricche.
Troviamo lontana
la rappresentazione del mondo che gli economisti ci propongono, dove
tutto ha un prezzo, dove appare reale solo ciò che è
riducibile a merce. Dove l'uscita dalla povertà è auspicata
attraverso l'entrata di tutti nel grande mercato della libera concorrenza.
Dove i beni comuni come l'istruzione, la salute, il territorio vengono
smantellati e messi in vendita. Anche la città, spazio significativo
delle relazioni umane e della convivenza, sta subendo un duro attacco
alla propria dimensione di luogo in cui s'intrecciano culture diverse:
governata da logiche di profitto, la città viene stravolta
da interventi e misure che ne frantumano la memoria e la bellezza
delle forme architettoniche.
Pensiamo all'economia come processo che può favorire quel senso
buono della vita che sentiamo fluire quando le relazioni, la possibilità
di agire e il riconoscimento del lavoro fatto si trovano a stare insieme.
Anche il denaro ci interessa, ci serve, ma non è al centro.
Dalle contraddizioni
che affrontiamo nella quotidianità del lavoro, nei luoghi in
cui abitiamo e operiamo, ci vengono domande e questioni che vogliamo
proporre alla discussione:
Come ripensare
le categorie economiche in un modo che corrisponda al senso delle
nostre vite?
Come valorizzare le buone esperienze e le lotte che stanno nascendo,
facendone leva per il cambiamento?
Come far tesoro di esperienze di altre culture, per quel che possono
dirci sull'economia?
Come tenere assieme la valorizzazione dell'impresa sociale, che -
ora - è soprattutto femminile, e i beni comuni che vogliamo
rimangano pubblici, come funzioni della società?
Come la cura e la relazione possono essere fonte di una riprogettazione
delle nostre città?
Come uscire in modo creativo dallo stato di sofferenza in cui si trovano
molte imprese sociali, quando vogliono rimanere fedeli alla loro origine
e far bene il proprio lavoro?
Invitiamo a parlare
donne e uomini, anche del Sud del mondo, che hanno riflettuto su nuove
pratiche economiche o che ne hanno inventate e sperimentate alcune.
Non pensiamo di
proporre modelli alternativi generali o che ci siano pratiche riproducibili
ovunque; cerchiamo assieme un allargamento di orizzonte, una forma
di scambio che ci renda capaci di una contrattazione politica più
radicale e più creativa.