Donne e conoscenza storica
     

Indice dei testi

  • Il punto in cui siamo
  • Le Origini
  • Il nostro cammino
A partire dai progetti sull'area di Porta Genova a Milano.

di Bianca Bottero

E' obiettivo di questo incontro, credo, quello di svolgere, in vari modi e da parte di ciascuno, una riflessione su quali possano essere i rapporti e le reciproche responsabilità di amministratori e amministrati nel governo e nell'intervento sulla città.
Problema oggi particolarmente urgente a Milano dove negli ultimi anni si sono espresse numerose e intense forme di dissenso da parte dei cittadini rispetto alle scelte portate avanti dall' amministrazione pubblica. Dissenso che a mio parere - è questa la mia ipotesi di lavoro- riguarda non tanto e non solo singoli episodi, ma fa riferimento a una generale concezione di quale possa essere il futuro della città: se tutto giocato entro logiche di progresso economico e di sviluppo "senza limiti" quali paiono perseguire i nostri amministratori, costi quello che costi, o non piuttosto commisurato a obiettivi di equilibrio e di sostenibilità per una città più aperta, più colta, più giusta, più pulita..

Vorrei su questo tema portare elementi e dati che aiutino ad "andare avanti" non lasciandosi accontentare da formule che ormai sono state volutamente svuotate di significato, come è purtroppo quella, pur così preziosa, della "partecipazione".

Dobbiamo dunque, a mio parere, ripartire a riflettere dagli anni ottanta, da quando cioè da un lato si compie la gigantesca dismissione delle fabbriche milanesi e la messa a mercato di quasi 1000 ettari di suolo cittadino e dall'altro, conseguentemente, si determina una forte modificazione sociale con il passaggio dalla Milano operaia a quella terziaria e dei servizi.
E da quando infine (e ciò non conseguentemente ma sfortunatamente) si determina anche il passaggio dalla "Milano capitale morale d'Italia" alla "Milano da bere" ( prendo questi giudizi dal testo Milano dopo il miracolo, del sociologo inglese John Foot) nell'allegra era craxiana.

E' in questo contesto che si determina anche una svolta nelle modalità di intervento pubblico sulla città. Porterò su questo un esempio, seppure marginale.
Nel 1986 fu organizzata a Milano, su iniziativa della Triennale, la mostra "9 progetti per 9 città". In quell' occasione venivano proposte al grande pubblico diverse ipotesi sulla riorganizzazione di alcune grandi aree di Milano, resesi libere, o in procinto di esserlo, per la progressiva delocalizzazione delle industrie (Bovisa) e il previsto riordino della rete ferroviaria con la dismissione degli scali Garibaldi, Vittoria, Romana, Genova conseguente alla futura messa in funzione del Passante Ferroviario. (Cfr su questo. Lotus,54,1987)

Le diverse ipotesi contenevano alcuni aspetti positivi sia sul piano dei contenuti, sia su quello del metodo. Suggerivano infatti che la modificazione della città nelle sue grandi aree di immediata periferia doveva avvenire come operazione organica, entro un disegno coerente della intera città. Poneva inoltre in essere un barlume di dialogo coi cittadini rispetto alle scelte da compiere.
I progetti poi, dovuti a illustri architetti italiani e stranieri, pur non uscendo da una loro astrattezza accademica, assumevano obiettivi di natura eminentemente civica: volontà di rispettare l'ambiente urbano e sociale preesistente, creazione di spazi consistenti di verde, inserimento di residenze economiche e spazi artigianali e, soprattutto, impegno a dare una forma precisa e forte allo spazio pubblico.

Si affermava qui tuttavia esplicitamente, da parte della corporazione disciplinare, la logica del "progetto urbano", che definisce gli spazi attraverso la qualità delle architetture e non più attraverso la metodologia collaudata del piano funzionalista, che si appoggiava a zonizzazioni un po' generiche " a retino", ma anche a standard quantitativi , vincolanti e almeno teoricamente certi.
Questa nuova metodologia del "progetto urbano", accompagnato da un "Piano Direttore," piuttosto generico nelle sue prescrizioni, sottolineava soprattutto gli aspetti qualitativi delle proposte di intervento, più difficilmente normabili: richiedeva quindi una più sottile e colta concertazione tra gli operatori pubblici e privati ed esponeva i tecnici a più difficili controlli.
Questa impostazione (che fu largamente dibattuta in ambito tecnico e da molti criticata) si era per esempio sperimentata con successo a Berlino negli anni '80 nelle realizzazioni dell'IBA (Internationale Bauaustesllung) dietro le quali tuttavia esisteva un ampio programma fisico e sociale sostenuto da un ben coordinato apparato tecnico dell'amministrazione cittadina.

Ma alla " Milano da bere" mancavano un analogo robusto impianto pianificatorio. Così, col boom delle fortune immobiliari degli anni 'novanta, si determinò da una lato la strisciante e anonima ristrutturazione dei tessuti, con riconversioni di singoli edifici, soprelevazioni, rinnovi parziali; dall'altro; per i grandi interventi, si ebbe il succedersi di "progetti urbani d'area" gestiti attraverso la cosiddetta "urbanistica concertata" grazie alla quale non più urbanisti e imprese edilizie, come per il passato, ma managers e intermediari di varia natura divennero i principali gestori della città, con anche quei risvolti ambigui e distorti che successivamente l'inchiesta di Mani Pulite ha bene evidenziato.

La città è diventata così ostaggio sempre più inerme di queste prassi urbanistiche, i cui risultati: ?attivi?? passivi? possono essere solo valutati in termini di bilancio finanziario degli investitori (quando non truccati) avendo perso qualsiasi riferimento a quegli obiettivi di estetica e sostenibilità urbane che sarebbero propri a una pubblica amministrazione.
Anzi, pare una gara tra questa e gli operatori privati per il conseguimento di sempre più maestose volumetrie, sopra terra come sotto terra, con un consumo sostanziale di quella risorsa inestimabile che è il suolo pubblico e una sua generalizzata e insensata cartolarizzazione .


A fronte di ciò la cittadinanza, organizzandosi nei numerosi comitati presenti ovunque nel tessuto della città (l'elenco delle iniziative e delle proposte e proteste sarebbe ora troppo lungo enumerare) si è fatta carico di ritrovare un bandolo, un filo rosso di cultura, di memoria, di equilibrio, di rispetto delle reciproche identità e responsabilità tra amministratori e amministrati.
Questa grande mobilitazione, guardata spesso con fastidio dai vari amministratori (non solo a livello comunale, ma di Provincia e di Regione) o intesa come difesa di individualistici e privatissimi privilegi e come tale trattata, è in realtà, come ho detto, espressione importante di coscienza civica, di amore e di interesse per tutta la città.
Un interesse - e questo va affermato con forza- che non è volontà di passiva conservazione, ma al contrario di profonda trasformazione della città nella direzione della sostenibilità: cioè per il recupero della salubrità ambientale, della chiarezza delle acque, della frescura del verde, della percorribilità sicura dei viali alberati, delle piazze e dei parchi, della accessibilità amichevole per tutti degli spazi pubblici. Ma quindi anche per la ricerca di regole nuove, sia nei rapporti tra i diversi ambiti amministrativi, sia nella definizione fisica e morfologica degli spazi, da configurare sulla organicità di ambiti comunitari realmente partecipabili così come sulle logiche di rete delle risorse che strutturano la fabbrica urbana (acqua, rifiuti, energia, traffico).

E' questo un affascinante programma che le singole iniziative dal basso già articolano concretamente e al quale andrebbero impegnati non solo gli Enti Locali responsabili della gestione del territorio, ma le università e le molteplici intelligenze cittadine, culturali e tecniche, in un gigantesco impegno di esercizio democratico: per non guardare al nuovo chiudendosi dietro le spalle una città orribilis.