L'anno appena passato ha mostrato ancora una volta la continuità
di un monopolio di genere sulla scena istituzionale. L'ennesima dimostrazione
dell'arroganza degli uomini in posizione di potere, però, ha
reso ancor più manifesta la crisi e l'inefficacia di una politica
femminile di rivendicazione, una politica ancora lontana dal fare
un uso consapevole del patrimonio del femminismo. Alla cultura politica
tradizionale, infatti, è mancato -e ancora manca- un intreccio
produttivo con il pensiero e le pratiche delle donne: le politiche
delle quote e quelle che sono state definite femminismo di stato,
infatti, non hanno costituito, a nostro avviso, che un'assimilazione
semplificata e sbrigativa, se non distorta, del femminismo.
Per questo nella campagna 50e50 promossa dall'UDI nazionale, riconosciamo
la positiva volontà di superare, anche nel linguaggio, idee
e concetti che hanno segnato questa politica: associando alla democrazia
paritaria l'idea di cittadinanza duale, abbandonando la rappresentanza
per parlare, invece, di presenza paritaria da affermare in tutti i
luoghi.
E tuttavia il primo atto di questa campagna sarà la raccolta
di firme per una legge di iniziativa popolare "la risposta minima
e allo stesso tempo irrinunciabile per denunciare uno squilibrio e
promuovere una parità di donne e uomini
in tutti gli
organismi elettivi di governo del paese" -si legge nel documento
di presentazione- continuando a porre, di fatto, la questione della
"cittadinanza" femminile come un problema che necessiti
di una soluzione di tipo tecnico; noi riteniamo, invece, che essa
sia una questione squisitamente politica su cui vogliamo proporre
alcuni spunti di riflessione.
Esiste oggi un forte protagonismo sociale femminile: sul piano
puramente quantitativo, i dati degli ultimi anni ci dicono che la
presenza femminile è cresciuta in maniera significativa (in
particolare là dove si accede per concorso) in tutti gli ambiti
della società, anche in quelli nei quali l'accesso è
stato più tardivo (es. in magistratura), solo la politica istituzionale
resiste con una bassissima percentuale di donne. Da questo punto
di vista, ci troviamo, di fatto, in presenza di un percorso emancipazionistico
rimasto incompiuto e rispetto al quale qualsiasi iniziativa politica
che punti ad affermare in tutti i luoghi istituzionali la presenza
di donne ne costituisce la fase ultima "di completamento".
Nella società, tuttavia, al dato quantitativo si è accompagnata
anche una trasformazione qualitativa per una presenza femminile
consapevole che, partendo da sé, ha modificato anche
i contesti del proprio agire: la scuola e l'università, le
professioni, la sanità come vari ambiti del mondo del lavoro.
Questa realtà, però, rischia di essere ignorata o addirittura
di non essere colta se, nel discorso corrente, la percentuale di presenze
femminili in Parlamento continua ad essere l'unica unità di
misura del peso delle donne nella società, come se la sfera
pubblica fosse riducibile a quella esclusivamente istituzionale.
La grande trasformazione che il femminismo ha prodotto è avvenuta
non perché è cambiata la rappresentanza politica (che
era ed è rimasta sempre bassa), piuttosto perché è
mutata la (auto)rappresentazione di un soggetto che non dipendeva
più dall'altro per dirsi ed abitare il mondo, un soggetto capace
di assumersi responsabilità verso se stesso, partendo da sé,
superando ruoli prefissati e stereotipi condizionanti. Con la politica
delle donne abbiamo posto in primo piano il rapporto tra politica
e vita, fatto della pratica l'essenza della nostra politica e, infine,
dato valore e significato all'esperienza femminile, a partire da quel
cambiamento di noi stesse che ha, nei fatti, modificato il rapporto
fra sfera privata e pubblica.
Le conseguenze di questa straordinaria trasformazione che trovano
espressione nella diversa modalità femminile di stare, oggi,
nella società e nel lavoro, non sono riducibili ai termini
della parità.
Sappiamo che il segno e la misura delle istituzioni sono maschili
e tranne, forse, poche eccezioni, anche la mediazione nelle istituzioni
per le donne è stata ed è maschile; la politica data,
inoltre, non ha saputo fino ad ora esprimere, nel rapportarsi alle
donne, altri modi che non fossero l'inclusione nella rappresentanza
politica. Oggi che la presenza femminile sulla scena pubblica, anche
in posizione di potere, è comunque aumentata -sebbene più
in ambito internazionale che nazionale-; è necessario, a nostro
avviso, che ci interroghiamo maggiormente su cosa questa presenza
comporti, cosa abbia cambiato, come possa essere interpretata e quali
effetti stia producendo sul piano simbolico. Il fatto che sempre più
donne abitino lo spazio pubblico sta segnando una discontinuità
capace di mostrare la differenza? Che sempre più donne si
trovino nelle condizioni di decidere della cosa pubblica segna l'inizio
di una nuova civilizzazione nell'ordine duale, oppure costituisce
l'avvio di un nuovo percorso di cancellazione della differenza femminile
non più per esclusione ma per inclusione nel potere maschile?
Non è facile rispondere, certamente sappiamo che la politica
delle donne non coincide con la presenza di donne nella politica data.
Se la "quantità" non è certo un dato irrilevante,
un agire politico efficace, che sia anche modificativo del mondo,
necessita che le donne sappiano abitare la scena della politica istituzionale
senza lasciarsi fagocitare e senza adottare parole e comportamenti
che imitino parole e comportamenti maschili, siano in grado di rimanere
fedeli a se stesse e inventare pratiche capaci di far contare l'autorità
femminile.
Siamo convinte
che oggi la politica istituzionale rappresenti sempre meno il senso
autentico dell'agire politico, piegata com'è alla logica assoluta
della strumentalità e del governo (e le recenti vicende nazionali
ne costituiscono l'ultima, visibilissima conferma). Il significato
politico del femminismo risulta allora centrale anche rispetto al
senso della politica stessa. Ci riferiamo al femminismo che ha posto
a fondamento dell'agire politico la libertà femminile e
sostituito al concetto di potere l'idea e la pratica dell'agire di
concerto. In uno spazio pubblico oggi fortemente in crisi, pensiamo
che il sapere politico delle donne guadagnato nella pratica sia una
risorsa preziosa da mettere in gioco, anche aprendosi ai rischi che
lo scambio impone, sia nella relazione con le donne sia in quella
con gli uomini.
E' in questa direzione, infatti, che vediamo il senso del "parlare
anche agli uomini senza mascherare il conflitto" di cui parla
il documento 50e50. Siamo convinte, infatti, che la modificazione
dello spazio pubblico non è un'operazione che si possa compiere
senza uno scambio anche tra donne e uomini. Instaurare relazioni di
scambio politico, in una pratica di relazione significatrice di differenza,
con uomini aperti al cambiamento prodotto dalle donne in ogni campo
può rappresentare un'occasione importante di modificazione
dell'agire politico. In particolare, la questione dei rapporti degli
uomini con la politica data ci appare altrettanto cruciale dell'assenza
delle donne da questa stessa politica, dal momento che maschili sono
i codici simbolici, le pratiche e le regole con cui gli uomini hanno
costruito lo spazio pubblico. Il 50e50 non basterebbe, se si realizzasse
a prezzo di adattamenti femminili ad una politica immutata.
Ed è in questa direzione, inoltre, che siamo interessate e
lavoriamo alla ricerca di forme di relazione politica anche con donne
che operano nella politica istituzionale. Non crediamo, infatti, che
i luoghi tradizionali della politica siano di per sé negati
alla politica delle donne, né che il protagonismo delle donne
che oggi desiderano essere nella politica istituzionale si possa ridurre
solo a pratica del potere o delle quote. Proprio la politica delle
donne ci ha insegnato, infatti, che la qualità ed il senso
dell'agire politico non dipendono dai luoghi ma dalle pratiche.
Molte donne in questi ultimi anni si sono impegnate nell'esperienza
dell'amministrare; queste esperienze, tuttavia, necessitano ancora
di un'opera di simbolizzazione su cosa possa essere una polis a misura
femminile.
Pensiamo che sia utile scambiare pratiche e pensiero con queste donne
sia per provare ad aprire varchi e discontinuità, così
che il simbolico maschile non consumi e non renda invisibile ed inerte
la differenza, sia per costruire mediazione femminile e mostrare come
la politica delle donne possa tradursi in azioni concrete e rispondere
alle questioni contingenti del vivere.
Per questo vogliamo continuare ad essere disponibili ad un confronto,
a partire dalla nostra politica, una politica che si basa prioritariamente
sull'esercizio della libertà, che riconosce autorità,
che è capace di dare senso ed ordine senza creare gerarchie
o statiche strutture di appartenenza e che si fonda sull'agire in
contesto e sulla relazione.
Per questo non raccoglieremo firme, pur non contrapponendoci
alla campagna 50e50, mentre continueremo a cercare occasioni di dialogo
e di relazione con quelle donne che in prima persona perseguono il
desiderio di essere nelle istituzioni e con quegli uomini impegnati
in una rifondazione a partire da sé.