Cosa
giova al farsi del "Pubblico": vi racconto le Città Vicine
di Anna Di Salvo
Antonietta
Lelario e Vita Cosentino, due donne che molto hanno fatto e detto per rendere
visibile la scuola nella verità delle relazioni umane che la rendono viva,
mi hanno chiesto di preparare un intervento per il convegno dell'Autoriforma gentile
della scuola "La politica dell'esserci", che analizzi e descriva quale
sia il tramite e la connessione che possano far combaciare la politica delle Città
Vicine che pratico con donne di Milano, Catanzaro, Foggia, Bologna, Mestre, Roma,
Spinea e Firenze con il nuovo aspetto del "pubblico" dove l'opera femminile
di civiltà si esprime connotando di sé un'ampia varietà di
spazi, privati, statali e non statali. Mi sono ritrovata così ad elaborare
in maniera attenta e profonda insieme ad alcune donne delle Città Vicine
su quale sia realmente il senso che attribuiamo al termine pubblico e quali risonanze
"domestiche" ci giungano da questo come rimando. In seguito ho pensato
che rileggendo alcuni scritti apparsi su alcuni numeri trascorsi e recenti della
rivista Via Dogana, avrei avuto sicuramente le idee più chiare in merito
alla questione. Nei fatti è stato così, mi sono venuti in aiuto
gli articoli di Lia Cigarini (Appassionate di politica esitanti ad agire nella
vita pubblica), di Clara Jourdan (Donne e aborigeni contro i burosauri), di Annarosa
Buttarelli (Non a ogni condizione e Quando il linguaggio fa male) pubblicati nei
n. 10\11, 12, 36 e 55 di Via Dogana. Altri interessanti spunti di riflessione
mi sono stati sollecitati dallo scritto di Jaia Vantaggiato "Tra pubblico
e privato resta l'amore", dal libro collettaneo "Duemilaeuna",
a cura di Annarosa Buttarelli, Luisa Muraro, Liliana Rampello, (Pratiche Editrice).
All'inizio di questa riflessione mi sono posta tre domande sul "pubblico"
e sulle Città Vicine.
La prima è: cosa intendo per "Pubblico"
e perché mi piace? La seconda: perché e per che cosa le Città
Vicine possono essere individuate e riconosciute come un luogo dove avviene la
costruzione del pubblico? La terza: se le Città Vicine rappresentano uno
spazio simbolico dove donne di città differenti si stanno impegnando a
praticare la libertà e se un giorno queste non ci fossero più, cosa
cambierebbe nel pubblico?
Adoperato sia come aggettivo, che come sostantivo
il termine pubblico comprende nel linguaggio corrente la visione neutra e astratta
dell'insieme di donne e uomini che compongono l'umanità e che popolano
le città, ed è inteso più come l'espressione di una moltitudine
inerte, dei cosiddetti "astanti", del pubblico che sta a guardare, piuttosto
che le cittadine e i cittadini che vogliono fare ed essere la "Polis"
con la loro competenza, col loro senso di responsabilità personale del
proprio interesse e della propria partecipazione attiva. Attraverso un passaggio
politico, il senso del pubblico è stato risignificato dalle donne che ho
citato prima, che insieme ad altre hanno ridato al termine pubblico il significato
originario, riconoscendo in esso i mutamenti apportati dall'opera femminile di
civiltà, costruita ed esperita nei vari ambiti dell'esistente dalle donne
che in maniera massiccia hanno occupato i posti di lavoro trasferendo competenze
e assennatezza dal governo della casa al governo del pubblico. Riconosco quindi
come il pubblico incarni per me ogni luogo dove iscrivo la mia vita politica,
le relazioni che esperisco in maniera differente con donne e uomini a Catania
e in altre parti, che danno linfa alla creatività, agli scambi d'esperienze,
alla esplorazione costruttiva dei conflitti, al desiderio di esserci per mettere
in opera forme assennate nella lettura e nel governo delle cose.
La soggettività
femminile e le pratiche della politica delle donne hanno prodotto quindi sostanziali
mutamenti all'assetto classico nei luoghi del pubblico statale e non statale,
dando l'avvio ad un nuovo modo di intendere la rilettura e la riformulazione delle
cose del mondo secondo il taglio dell'autorità femminile.
La politica
delle relazioni, almeno per quanto riguarda la mia esperienza, può portare
al cambiamento simbolico e significativo di un luogo, (scuola, uffici, aziende,
amministrazioni, ecc.) attraverso le mediazioni di donne e uomini che vi operano
quando queste riescono a rendere le pratiche efficaci e parlanti al di là
del ricorso a leggi, circolari, decreti e quant'altro a fine di cambiare le sue
strutture. A volte io stessa per prima stento a vedere nel luoghi del mio lavoro
politico "Le Città Vicine" ad esempio, o a Catania con "La
Città Felice " oppure a scuola, (che corrisponde ad un'altra casa
per me), il mutamento che avviene sotto i miei occhi grazie all'opera di civiltà
femminile che costruisco insieme ad altre e ad altri.
La considerazione che
mi viene da fare a questo proposito, è che un evento decisamente rivoluzionario
che ha caratterizzato il secolo appena trascorso, credo sia stato quello che ha
visto le donne occupare innumerevoli e diversificati posti di lavoro, dove non
senza sforzi, hanno saputo trasferire dalla casa, luogo di cura e di relazioni,
al luogo pubblico dove si svolgeva il loro impegno quotidiano la scienza di saper
fare civiltà mettendo all'opera il proprio bagaglio di saperi materiali
e competenze domestiche come la cura delle relazioni, l'accudimento degli ambienti,
dei servizi e delle idee. Una volta ambientate nei luoghi del loro lavoro le donne
hanno acquisito passo dopo passo, per rigor di logica e discutendone tra loro,
la coscienza di cosa voglia dire fare veramente un servizio per il pubblico e
il senso di voler andare verso l'interesse del pubblico, inventando con l'intelligenza
di chi vuol fare un buon lavoro in minor tempo, soluzioni adatte a rendere più
fluida la risoluzione dei problemi e a far scorrere più velocemente il
disbrigo di pratiche che impantanano di norma il mondo del lavoro con la concretezza
di chi riesce ad accorciare, se non addirittura a scavalcare, le lungaggini burocratiche,
scompaginando così l'idea democratica che la giustizia viene realmente
applicata solo se ci sono più leggi, più apparati, più diritti,
più certificati, ecc. Le donne hanno cercato di creare quindi una misura
femminile e di caratterizzare con questa gli spazi dove si trovavano ad operare,
l'hanno cercata in ogni occasione, anche nella più ordinaria gestione di
strutture, organismi e aggregazioni.
Proverò ora a significare cosa
sono le Città Vicine e perché rientrano nell'aspetto della questione
del pubblico che oggi stiamo indagando, attraverso le parole di Clara Jourdan
quando dice che: "esiste un altro modo di concepire la politica e di agire
l'interesse pubblico......che sarebbe ora di chiamare pubblico non statale......
dove prende forma sempre più una maggiore gestione autonoma dei bisogni
e dei desideri ad es. le forme libere di aggregazione di donne o di donne e uomini
che nascono con vincoli differenti da quelli delle leggi e del denaro......."
Proprio a partire da questo nuovo modo di concepire il vincolo, nel senso del
legame e della ideale promessa nominata alla luce di una politica che ci accomuna
iscritta nell'ordine simbolico femminile, è nata la rete delle Città
Vicine, un'invenzione di pratiche, uno spazio di elaborazione nel quale donne
che abitano in città diverse anche geograficamente lontane, si incontrano
nella "vicinanza dei loro diversi desideri, interessi diversi e delle loro
diverse pratiche, mettendo tra loro al centro l'amore per la Città, una
città indagata nel suo essere e nel suo divenire alla luce delle trame
di relazioni che esse costruiscono tra loro in maniera diversificata e con altre
e altri nei molteplici ambiti dei rispettivi luoghi dove hanno scelto di vivere.
Le Città Vicine non si limitano ad approfondire e significare solo specifici
contesti o determinati ambiti di ricerca perché in esse si incontrano e
trovano spazio d'espressione esperienze che si diversificano l'una dall'altra:
a Catania per esempio, io insieme a Vivien Briante ed altre lavoriamo con l'associazione
La Città Felice per ridefinire il senso di una città problematica
come la nostra, costruendo legami e scambiando esperienze con donne e uomini di
libere associazioni e comitati spontanei (compresi centri sociali e Social Forum)
che in questo momento tentano di scompaginare i confini tra pubblico e privato
per sconfiggere l'estraneità e costruire nuove forme della politica e nuovi
sensi che non passano più per la logica della rappresentanza e della delega
né rassomigliano all'organizzazione tradizionale di tipo maschile con relative
segreterie, direttivi, commissioni ecc. Firenze con Franca Gianoni e Anna Biffoli,
mantiene la scommessa di seguire con interesse i luoghi dove cresce la democrazia
partecipata, per scambiare saperi e pratiche oltre che a sostenere da anni un
fortissimo impegno nella scuola con l'Autoriforma, insieme al nutritissimo gruppo
di Firenze. Foggia con l'associazione "La Merlettaia" è stata
tra le promotrici dell'Autoriforma gentile della scuola, e Antonietta Lelario,
di cui ho già fatto menzione all'inizio del mio intervento, insieme a katia
Ricci, Gianpiero Bernard, Maria Grazia Maitilasso ed altre e altri connotano la
loro città con un lavoro di appassionata ricerca sull'arte e sulla qualità
dell'agire e del pensare delle donne, mentre Maricetta Francavilla, assistente
sociale con grande esperienza di volontariato, si inventa al centro di accoglienza
profughi di Borgo Mezzanone modalità originali per essere d'aiuto e comunicare
con le immigrate che aspettano di conoscere quale sarà il loro futuro.
A Foggia si affianca Bologna con Donatella Franchi, artista che sa dire bene della
sua città guardandola con gli occhi delle artiste che vi hanno vissuto
e vuol ridefinire il nesso tra arte e politica delle donne. Milano con Clara Jourdan
e Denise Briante porta alle Città Vicine la ricchezza e la sollecitazione
di un luogo autorevole quale la Libreria delle donne e il Circolo della rosa e
di una grande operazione simbolica qual'è il tessuto di pratiche politiche
che si incarnano nella rivista Via Dogana. A Mestre Le Vicine di Casa che hanno
suggerito alle Città Vicine l'idea della pratica della vicinanza, procedono
attraverso Sandra De Perini ed altre con maestria e competenza nel lavoro magistrale
di costruzione di civiltà della convivenza (vedi il quaderno di Via Dogana
"L'oro delle Vivine di Casa"), così come per prime durante i
primi arrivi dei profughi albanesi verificatesi alla fine degli anni '80, hanno
saputo suggerire agli abitanti di Mestre il modo più assennato di affrontare
la questione. (vedi il libretto: Mestre città di frontiera.) A Spinea Adriana
Sbrogiò,e Carla Turola insieme a molte altre e altri dell'associazione
"Identità e differenza", mettono in essere la costruzione del
pubblico promuovendo tra le molteplici attività, incontri tra amministrazioni
per discutere della politica delle donne nelle istituzioni politiche, in particolare
negli enti locali ma anche nel governo delle istituzioni religiose. (vedi Via
Dogana n.44/45). Roma e Catanzaro, vicine per le scelte e desideri, condividono
l'impegno nella scuola e nel lavoro di cura e mentre Maria Luisa Gizzio riconosce
in donne e luoghi della periferia romana, l'eccellenza della qualità umana,
Franca Fortunato è riuscita a rendere visibile la fecondità delle
Città Vicine nell'essersi autorizzate reciprocamente all'esercizio di scrittura,
intervenendo costantemente su un quotidiano locale, e Lina Scalzo affronta con
determinazione la scommessa di costruire il senso gentile del pubblico nella casa
di cura Teodora (vedi Via Dogana n.60).
Le donne delle Città Vicine
hanno messo in moto un motore di ricerca per far avanzare e rendere visibile la
tessitura della forza politica costruita tra una città è l'altra,
tra una donna e l'altra, con l'ostinazione della loro soggettività, scambiandosi
narrazioni e arricchendosi con il senso acquisito dalla politica praticata nelle
reciproche città e quello emerso dalle dinamiche relazionali generate da
questa forma nuova della politica; per alcune gli spazi circoscritti del loro
luogo politico o di lavoro, si sono dilatati confluendo e immedesimandosi nelle
questioni della città, mentre è cresciuta la consapevolezza che
è quella precisa città con le proprie questioni a comprendere e
connotare quel luogo della politico o del lavoro. Un cammino ancora in fieri direi,
che non sa e non può indicare un punto d'arrivo perché contiene
in sé al contempo il punto d'approdo e quello di partenza; forse lo snodo
principale di questo percorso, risiede nel riuscire a cogliere e a costruire nel
tempo lo stretto legame che coniughi attraverso l'elaborazione politica, le storie
e le scelte personali con le pratiche e i rapporti intrapresi. Alcune delle Città
Vicine hanno scelto passo dopo passo di curare l'interesse per i luoghi, per le
forme politiche, per le donne o gli uomini vivaci che agiscono in città,
per scambiare percorsi e costruire rapporti e prendere sempre più le distanze
da forme poco autentiche come quelle di partiti, sindacati e organizzazioni varie.
Questo ha stimolato riflessioni, creato collegamenti e interventi diversificati
tra le città della rete che hanno sollecitato al contempo l'intento di
approfondire e far conoscere alle città delle altre cosa avviene nel proprio
luogo, cosa manca e dove si dirige quello che cresce.
Le Città Vicine
riescono a rendersi visibili quando la forza generatrice della relazione fa sentire
come propria la città dell'altra, quando vi sono donne o uomini che scoprono
d'amare la città perché amano la pratica di relazione, o quando
una città mostra la propria differenza grazie al lavorio delle relazioni
che la animano crescendo in essa. Quindi le Città Vicine non sono né
un coordinamento tra città né un nome aggiunto a quello che già
si fa, ma un cammino prevedibilmente lungo e tortuoso di pratiche che segnano
queste città, perché le città cambiano quando in esse pensa
ed agisce la differenza femminile. Lo scopo di questo dispositivo generatore di
forza che abbiamo chiamato "Città Vicine", ribadisco, non è
quello che tutte promuovano le stesse cose, né che intervengano nelle reciproche
realtà con le stesse modalità e gli stessi intenti, l'importante
è capire cosa si muove e cambia dentro di sé e intorno a sé
e in questo spazio simbolico di Città Vicine, quando ci si dispone alle
altre e agli altri con un reale desiderio d'ascolto e col calore della condivisione.
Questa invenzione politica si è resa feconda nell'aver agevolato donne
dello stesso luogo geografico che non si conoscevano o che si erano allontanate
per precedenti conflitti, l'occasione di riavvicinarsi e incontrarsi in un orizzonte
più vasto e stimolante nel desiderio comune di rileggere e ridefinire la
città con una misura costruita insieme in quello specifico luogo per quello
specifico luogo e non con formule e modalità che vadano bene ovunque. Sul
versante della costruzione di una pratica alimentata dall'amore e dall'attenzione,
le Città Vicine, pur dedicando spazio e visibilità a realtà
e a donne di per sé forti e autorevoli, sono orientate a porsi nella posizione
di chi si sente di dare maggiormente una mano e sostenere quelle realtà
e quelle donne che attraversano in quel momento la difficoltà di non riuscire
ad agire la relazione in città e che denunciano per questo debolezza politica
e perdita di forza, incrementando l'attività politica nelle città'
di queste donne con suggerimenti, ricerche approfondite, scambi e iniziative,
affinché possano rigenerarsi con l'energia delle relazioni e ritornare
con signoria nella loro città, come fa la madre che dedica maggiore cura,
energie e risorse ai figli più deboli e infonde loro energia e coraggio.
Anche donne o uomini che non hanno accompagnato dall'inizio questo percorso e
scoprono la curiosità e la voglia di ciò che si fa nelle Città
Vicine perché sono in relazione con qualcuna che già c'è,
possono aggiungersi a questa rete tramite il desiderio di scambiare la propria
storia e l'individuazione del significato profondo di ciò che si sta costruendo
con quella precisa donna o con quel preciso uomo perché le differenze ci
sono e sono differenze iscritte nel proprio essere donna e nel proprio essere
uomo e nel differente modo col quale diamo senso all'esistente e alla politica.
Le relazioni ci sono per questo, per dirsi la verità e spostarsi verso
le cose positive e le possibilità di guadagni. Uno degli impegni che accomunano
le Città Vicine è conoscere la vita della città, stare al
suo passo, far conoscere e fare circolare il proprio impegno in termini di lavoro
originale che sappia produrre soluzioni sempre più originali e creative,
perché le città si muovono, si dirigono verso gli eventi, e sono
segnate da questi, ma spesso sono anche costrette a mostrare un volto falso che
non hanno, ad agire come non vorrebbero; le città ci parlano ed è
importante saper dialogare con loro. Proprio di questi giorni un fatto che mi
sembra costituisca un segnale di come le città a volte vengano obbligate
ad andare verso una direzione, piuttosto che un'altra. All'incirca la metà
del mese scorso alcune istituzioni della città di Catania,(Prefettura,
Comune Polizia) si sono distinte per la mancanza assoluta di umanità nel
trasferire precipitosamente senza prestare loro le benché minime cure,
in un campo profughi improvvisato a Bari (per rispedirli così più
facilmente indietro), circa mille tra donne uomini e bambini di nazionalità
curda sbarcati in condizioni disastrose con la solita carretta del mare nel porto
di Catania. Le iniziative umanitarie di alcune organizzazioni politiche e di volontariato
affinché questo pezzetto di popolo errabondo venisse accolto civilmente,
hanno cozzato contro lo sbarramento di una imprescindibile e fredda ostilità
della polizia ma anche di molti cittadini (alimentata dai mezzi d'informazione
locale e nazionali), che metteva innanzitutto la paura di essere invasi dal "diverso".
Alla Città Felice, donne e uomini abbiamo intrapreso una approfondita riflessione
intorno alla sincerità del sentimento d'accoglienza nutrito nei confronti
dei popoli degli sbarchi clandestini e alle remore interiori che fanno ostacolo
affinché la modalità di disporsi all'accoglienza sia reale, col
risultato che alcune hanno elaborato delle interessanti riflessioni scritte in
merito. Nel frattempo Sara, un'amica della Città Felice che svolge la sua
professione di pediatra al presidio ospedaliero Vittorio Emanuele di Catania assisteva
insieme al gruppetto del suo reparto d'ostetricia, composto dall'ostetrica e dalle
infermiere con le quali va splendidamente d'accordo più la ginecologa,
"una capa" decisamente severa, alla nascita di tre bambini curdi, in
quanto le madri appena sbarcate erano state ricoverate d'urgenza perché
stavano per partorire. Questo episodio ha capovolto da sé l'immagine di
inospitale e scarsamente accogliente che era stata voluta per la città,
infatti nel reparto, partecipi le altre gestanti catanesi, si è venuta
a creare una situazione di gioia e di festa; tutte, compresa la "capa"
severa, hanno fatto a gara per provvedere ai corredini dei neonati, ai quali sono
state regalate anche delle catenine d'oro portafortuna. Quando la mamma curda
che aveva partorito per prima, si è sentita meglio, Sara l'ha accompagnata
"alla fiera", uno dei nostri coloratissimi mercati d'origine araba,
ed entrambe pur non parlando la stessa lingua si intendevano benissimo, divertendosi
molto a comprare un mucchio di cose utili ad una neo-mamma che aveva dovuto lasciare
precipitosamente le sue poche cose personali su una carretta del mare in un porto
inospitale. La storia sembra finire quando un pulmino sgangherato della polizia
arriva per prelevare le madri curde con i neonati per condurle a Bari, ma Sara
aiutata da un buon uomo della polizia che le ha saputo dare le informazioni necessarie,
declina con le autorità deputate, ogni responsabilità sulle probabili
conseguenze negative che sarebbero potute scaturire da un viaggio affrontato da
quelle donne e dai loro bambini in simili condizioni. Dopo un lungo contrattare
avviene così che il desiderio di Sara e della sua equipe dell'ospedale
diviene realtà, perché la polizia è costretta a mettere a
disposizione per il viaggio un pullman più comodo e adeguato. Le donne
curde avrebbero voluto che fosse Sara ad accompagnarle a Bari, ma questo non è
stato possibile, così come è verità il fatto che lei stia
tentando in tutti i modi col suo telefonino di mettersi in contatto col campo
profughi di Bari per sapere come stanno le sue amiche.
Tenere desta dunque
l'attenzione affinché non decada e non si degradi l'idea della polis, della
civiltà della casa, dei luoghi segnati dall'opera assennata delle donne
nelle città. Tenere d'occhio le città che presentano ogni giorno
problemi diversi e sono teatro di grandi sommovimenti, non ultimo quello dell'immigrazione
e dell'arrivo spesso indesiderato di donne e uomini ai quali sono state negate
e distrutte le più elementari condizioni di civiltà. In un'epoca
che mostra quanto forte sia proprio l'attacco alla civiltà della città
e quindi all'opera femminile di convivenza, (New York come Kabul, Ramallah come
Gerusalemme), le Città Vicine si offrono come una invenzione politica molto
ampia, non in termini di mega-progetto ma come costruttrici e propositrici di
pratiche e pensieri innovativi che pur non tralasciando di potenziare le risorse
già esistenti, ne valutano le ricadute sulle stesse Città Vicine
e sulle reciproche città che hanno reso possibile la realizzazione di questo
spazio del pubblico. Grazie alla circolazione della forza costruita tra luoghi
diversi (fatta di soggettività, relazioni, scambi, sollecitazioni, autorizzazioni,
conflitti, modifiche, accoglienza), le città dove viviamo possono ridiventare
oggetto d'amore, laboratori per la conoscenza e per il farsi della loro storia,
possono indicare la direzione voluta per il loro sviluppo e la qualità
dei rapporti tra le donne e gli uomini che le abitano.
A questo punto se devo
dire cosa verrebbe a mancare al farsi del pubblico se le Città Vicine non
ci fossero più, potrei rispondere a me stessa e dire a voi che sicuramente
verrebbe a mancare un bel pò di civiltà femminile costruita nelle
città e tra le città.
Catania 10- 4 - 02